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Nebbia mentale dopo il Coronavirus

Cos’è la nebbia mentale dopo il Coronavirus? E’ un problema serio di cui si parla ancora poco. Dopo essersi ammalati di COVID-19, accade spesso di avere difficoltà a concentrarsi e a ricordare alcune cose. Si tratta di un disturbo che può durare per varie settimane e nei casi più difficili per mesi o anni, senza la possibilità di ricorre a terapie particolarmente efficaci per facilitare il recupero. In realtà esisteva già prima della Pandemia da coronavirus, ma negli ultimi due anni e mezzo ha toccato una crescente quantità di persone, spronando gruppi di ricerca a occuparsene e ad approfondire le loro conoscenze scientifiche.

Nebbia mentale dopo il Coronavirus: cos’è

Secondo vari esperti:

La nebbia mentale (o “offuscamento della coscienza”) rientra nella lunga lista dei sintomi da “long COVID”, cioè gli strascichi che la malattia da coronavirus lascia in alcune persone dopo la guarigione, anche se non erano state particolarmente male. I sintomi segnalati dai pazienti variano moltissimo e vanno da una perenne sensazione di stanchezza a ricorrenti dolori articolari, passando per disturbi del gusto e dell’olfatto, mal di testa, problemi alla vista e sensazioni di intorpidimento agli arti.

C’è da dire che i meccanismi che portano il Coronavirus a sviluppare sintomi così duraturi non sono ancora completamente compresi:

Le ricerche sono in corso e tra i principali sospettati c’è la forte reazione immunitaria indotta dall’infezione virale, che porta il nostro sistema immunitario a reagire più del dovuto, danneggiando il nostro organismo. La nebbia mentale deriva probabilmente dai medesimi fenomeni, almeno secondo le ricerche svolte finora.

Nebbia mentale dopo il Coronavirus: cosa comporta

Cosa rischiano quelli che soffrono di offuscamento di coscienza? Si tratta di problemi a concentrarsi e a svolgere numerose attività, comprese quelle più banali così spiegati da medici:

I pazienti affetti da nebbia mentale faticano a trovare le parole mentre pronunciano una frase, perdono pezzi delle conversazioni, dimenticano rapidamente le richieste che hanno ricevuto, non riescono a fare attenzione a ciò che stanno facendo e talvolta hanno la sensazione di essere assenti o disorientati. Alcuni paragonano la loro condizione a quella che si ha quando si è dormito poco per molti giorni, oppure alla stanchezza dovuta al jet-lag (lungo viaggio in aereo e cambiamento di fuso orario).

Prima della pandemia questa condizione era riscontrata in persone con:

  • gravi disturbi del sonno
  • malattie neurologiche
  • periodi di forte stress lavorativo o con sbalzi ormonali.

Il disturbo veniva contrastato con farmaci come antistaminici o chemioterapici.

Il recupero

Se la nebbia mentale dopo il Coronavirus è piuttosto frequente, per fortuna, è oggettivo che alcuni pazienti recuperino relativamente velocemente, sentendosi via via meno affaticati e più presenti mentre fanno le cose. L’unico grande rischio della nebbia mentale è che, temendo il giudizio degli altri o per questioni lavorative, c’è chi preferisce far finta di nulla e prosegue con le normali attività, seppure facendo più fatica e stancandosi molto velocemente. In questi specifici casi la mancanza di riposo può rendere pericolosa la situazione, allontanando i tempi del recupero.

Stando a quanto stabilito da alcuni gruppi di ricerca, le prove scientifiche raccolte finora sulle cause e i meccanismi che portano all’offuscamento della coscienza vanno in una direzione precisa:

Questa condizione potrebbe essere reversibile, anche a distanza di molto tempo dall’infezione virale. Gli studi e le sperimentazioni erano del resto in corso prima della pandemia, per esempio per utilizzare alcuni farmaci nei pazienti con disturbi cognitivi legati alle terapie con alcuni chemioterapici. Le ricerche sono però ancora in corso e gli esiti delle sperimentazioni incerti.

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