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Recovery Plan

Sono ormai arrivate le misure per la sanità territoriale previste dal PNRR. La stampa le ha accolte in modo entusiastico ma gli addetti ai lavori della sanità sono della stessa opinione? Il Segretario della Fimmg, principale sindacato della medicina generale, rilascia una lunga e dettagliata intervista sul Recovery Plan che consigliamo di leggere. Non è questa la sede per prendere posizione in merito è davvero importante conoscere le posizioni di chi da sempre opera nella salute per la nostra salute. Nell’ottica di dare ai nostri soci un servizio completo anche da un punto di vista informativo riportiamo le dichiarazioni così come sono state rese.

L’intervista sul Recovery Plan

Silvestro Scotti, leader della Fimmg, spiega cosa non funziona, secondo lui, nel Recovery Plan e perché non c’è da essere felici.

Dottor Scotti che ne pensa del Recovery Plan? C’è grande delusione.

Si riferisce immagino alle Case della Comunità che avete sempre avversato
La nostra posizione è che l’idea che si continui a investire in strutture rispetto ai micro team non sia quella giusta e non capiamo come questo progetto si allinei con le parole del presidente Draghi e del Ministro Speranza sulla prossimità delle cure. Qui invece di avvicinare la sanità ai cittadini rischiamo di allontanarla.

Perché?

Secondo i parametri del Recovery ci sarà una Casa della Comunità ogni 132 kmq ed è abbastanza evidente che così non si costruisce l’assistenza di prossimità. E poi in quel progetto non c’è nulla per le aree di disagio e per i piccoli paesi, ricordiamoci sempre che 16 mln di cittadini vivono in comuni con meno di 5 mila abitanti che rischiano di essere tagliati fuori. E poi non è nemmeno chiaro il progetto degli ospedali di comunità

Cosa non la convince?

Non è chiarito ruolo dei medici negli ospedali di comunità che sembrano essere a gestione infermieristica. Ma se c’è problema di area medica come si fa? Ci dovrà essere un medico reperibile o disponibile e su questo il Recovery non fa menzione.

Senta ma nel Recovery vede lo spettro della dipendenza per i medici convenzionati?

Bah guardi lo spettro più serio è che scompaia il Ssn per come lo abbiamo conosciuto.

Addirittura?

Sì, innanzitutto chiariamo subito che la dipendenza pubblica è praticamente impossibile. Se anche i 40 mila medici di famiglia diventassero dipendenti non si riuscirebbe a coprire con le normali turnazioni dei dipendenti tutta l’assistenza senza aumentare il servizio, il che avrebbe costi insostenibili. Questo perché troppo facilmente si dimentica che la nostra attività non si ferma agli orari di studio.

In molti pensano invece che serva una gestione più rapida però e che solo la dipendenza la può garantire…

Guardi il punto è che il nostro management non conosce il territorio ed è ignaro di quali possono essere le leve motivazionali per migliorare il nostro lavoro attraverso la nostra convenzione e così ci presentano l’unica ricetta che conoscono e che si basa sul modello gerarchico e sugli ordini di servizio. Ma non capiscono che sul territorio la gerarchia è dettata solo all’interno del rapporto medico-paziente che è basato sul rapporto fiduciario che con troppa fretta si cerca di rescindere.

Ma perché pensa che così finirà il Ssn?

Con questo sistema si aprono le porte al privato accreditato che subentrerà nella gestione del territorio, accentrando l’assistenza, molto probabilmente sotto pagando i professionisti, come già del resto accade, e subordinando il tutto alla logica dei tetti di spesa.

Il Ministro Speranza però ha sempre mostrato di credere in voi.
Speranza ha dimostrato di difendere il concetto di prossimità del medico di famiglia ma è chiaro che quello che c’è scritto nel Recovery non va in questa direzione se non per il potenziamento dell’assistenza domiciliare. In ogni caso vogliamo un chiarimento politico. Noi puntiamo com’è noto sul micro team, l’unica soluzione in grado di affermare il principio di prossimità evocato in questi mesi.

In Puglia state protestando per lo scarso coinvolgimento dei medici di famiglia nella campagna di vaccinazione anti Covid. Vi sentiti esclusi?

Ci sono stati anche molti che non hanno aderito però. Purtroppo la situazione a parte qualche rara eccezione è un po’ così in tutta Italia. Si è pensato di puntare di più sugli Hub per un meccanismo di consenso politico e di valorizzazione dipendenza con gli straordinari e che tra l’altro costa molto di più. E in questo modo a noi non rimangono che pochissime dosi. Prima ci coinvolgono e poi ci mettono in tribuna facendoci passare come quelli che non vogliono fare nulla. Ma ora diciamo basta

Ma qual è il problema?

La questione è che non si rispettano le forniture e non ci consentono di fare programmazione. Se mi vengono date 10 dosi oggi e poi non so quando me ne consegneranno altre come posso creare un’agenda? Me lo faccia dire: hanno nascosto la carenza di vaccini con l’eccesso di vaccinatori. Ad oggi sono 400 mila gli operatori che potrebbero vaccinare. Se ad ognuno dessimo 10 dosi potremmo fare 4 milioni di vaccinazioni al giorno per assurdo. E poi c’è la questione che ogni regione decide quale categoria professionale arruolare così si crea una specie di lotta tra le varie lobbies per accaparrarsi le dosi. Insomma si sta facendo prevenzione con la politica.

Cosa pensate di fare?

Tra qualche giorno si riunirà il Consiglio nazionale e valuteremo se proclamare lo stato di agitazione di tutta la medicina generale. Abbiamo firmato un protocollo ma siamo con le mani in mano. Schiacciati tra i pazienti che vogliono vaccinarsi con noi e le Regioni che non ci danno i vaccini. Ma guardi che così si rischia anche di non riuscire ad affrontare l’esitazione vaccinale. Se in estate come tutti ci auguriamo l’epidemia calerà credo che molti decideranno di non vaccinarsi. Ebbene questa esitazione si combatte con il modello fiduciario non con gli Hub.

Mi spiega perché avete deciso per ora di non rilasciare il certificato di guarigione dal Covid entro 6 mesi che serve per il Green pass?

Il motivo è molto semplice: come medici possiamo certificare quello che possiamo dimostrare e che è di nostra conoscenza come per esempio l’avvenuta vaccinazione o l’effettuazione di un tampone antigenico da noi eseguiti. Ma nel caso della certificazione di guarigione dev’essere il dipartimento di prevenzione a rilasciare il certificato ad una persona che è guarita. In questo s’innesta il problema della privacy sollevato dal Garante per cui rischiamo delle sanzioni. Quindi nell’attesa che la vicenda si chiarisca abbiamo invitato i colleghi a non rilasciare questi certificati se non per le attività professionali da noi svolte da noi direttamente.

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